martedì 27 marzo 2012

UN CONO DI LIBERTA' (per i dieci anni de Il Quotidiano di Basilicata)


Caro Direttore, ricorre il decennale ed è un dovere scrivere quanto bravo (in senso letterale e in senso manzoniano) sia stato il tuo giornale. Oddioh! Cancella quell'espressione "quanto bravo sia stato", mi sa di morto, e accetta invece "quanto bravo è". Si lo è tuttora. Forse potrebbe nascere la maliziosa domanda: "lo sarà ancora?" o, forse, "lasceranno che lo sia ancora?" Non mi rispondo fatalisticamente con uno "spero di si", perché conoscendo te sotto l'aspetto formale ("dimmi come vesti e ti dirò chi sei" disse Goethe a Klinger, il fondatore dello"Sturm und Drang") e sotto quello del pensiero, penso che si possa dire: "sicuramente di si, sarà ancora bravo". Semmai ti inviterei ad essere maggiormente "tempesta e assalto" ("Sturm und Drang", appunto) in questa ragione ridotta a pantano sociale, politico ed economico.
In questi dieci anni ho visto che sul giornale hanno scritto profeti, sibille, osservatori seri e altri superficiali e spesso superstiziosi, professori dell'arte del parlare aereo, professori di oracoli, interpreti dei sogni che non ci sono più (perché ci hanno tarpato anche quelli). Non sono mancate le prefiche sulla emigrazione giovanile, sempre pronte a reclamare per loro un posto sotto casa. Hai ospitato i metòposcopi , che sono coloro che dall'analisi delle rughe della fronte traggono auspici divinatori – e lo sai meglio di me che non pochi politici nostrani in televisione amano esprimersi con rughe variegate. E, data l'origine contadina di molti uomini politici autoctoni, hai ospitato anche le loro riflessioni di geomanti, di persone cioè che da una manciata di terra gettata al suolo, interpretano le forme createsi e trasferiscono poi nella realtà quegli auspici tratti da esse (che detto in forma esplicita equivalgono a idee terra-terra). Hanno scritto gli etici e i moralisti, gli economisti e i metafisici, quelli dal dire logorroico a quegli altri dal parlare breve, o ardente e infuocato, dal parlare magico e sottile. Potrei continuare nell'enunciare questi "attori delle cause", come li chiama Orazio, che amano parlare per perseguire qualche giustizia.
Non sono mancati scritti di assessori e presidenti impegnati in quell'attività romantica di accendere speranze per creare un fuoco fittizio (perdonami la saccenteria, tecnicamente si chiamano "piromanti"). Hai lasciato che scrivessero i banditori di portenti legislativi, sempre annunciati e mai attuati .
Tutto ciò è stato bello, e continua ad esserlo, perché il tuo giornale da a tutti noi la certezza dell'esistenza in Basilicata di un cono di libertà di parola.
Mi concedo un ricordo scolastico: lo storico Plinio nella sua "Storia naturale" racconta che durante il governo di un certo console in Campania piovve miracolosamente della carne (per indicare il grande sviluppo economico da lui realizzato), mentre un console diverso in Lucania fece piovere ferro.(per indicare la povertà da lui procurata). Chissa, forse anche Plinio era un qualunquista.
In attesa che mi venissero in mente parole augurali da dirti nella circostanza, mi sono messo ad osservare il cielo per vedere se preannunciava la pioggia o la neve o il sole. Ma all'improvviso scivola veloce uno stormo di uccelli in gran festa. Ciò mi ricorda il poeta Ovidio che, vedendo gli uccelli volare, li riteneva più vicino agli dei e li considerava loro messaggeri. E quando aveva bisogno di chiarire qualche dubbio, ed avere così qualche certezza, saliva su un monte con un bastone e, fatto con esso alcuni segni nell'aria, attendeva il garrire degli uccelli per cogliere dal loro linguaggio un messaggio utile a sciogliere le proprie incertezze. Roba da poeti!
Eppure, seduto davanti al desk del computer mi urge la voglia di fare gli auguri al tuo giornale ma mi ritrovo anche con un frullare di idee nella testa che mi ha suscitato proprio quel modo di fare di Ovidio. Di sicuro non mi armerò di un bastone e andare su monte Arioso a trarre auspici per il tuo foglio Ma il metodo ovidiano mi crea qualche problema: quale animale simbolico scegliere per trarre buoni auspici?
Il cigno? Era preso come augurio dai nocchieri essendo uccello da acqua. Quindi, come augurio non è peregrino pur essendo tu professionalmente un buon nocchiero! Non basta.
L'avvoltoio? Contrariamente alla cattiva reputazione che ha oggi, nella storia dei simboli egli era preso ad emblema da colui che edificava per la grandezza di un'idea. Non basta.
Il cavallo? Personificazione simbolica di forza e vitalità a livello più alto del bue che ama soltanto subire?.... Non basta ancora.
Il cervo? Egli sputava acqua nelle fessure della terra dove si annidavano i serpenti velenosi, in tal modo li spingeva ad uscire e li calpestava...... Va bene anche questo, in senso metaforico.
Le colombe? Davano l'augurio ai re, perché, si dice, che esse non volano mai da sole, come i re che non vanno mai scompagnati, qualità questa che, trasfusa ai giornali, sta per verità e qualità dell' informazione! O. k.
L'aquila? Sappiamo che è l'unico animale capace di fissare il sole senza rimanerne accecato e che percorre regioni inaccessibili alla comune conoscenza dei mortali (e, che bello|, snobba i re sole dei regnicoli...).
Non so proprio, Direttore, quale animale scegliere o forse, nell'incertezza, mi azzardo ad assegnare al giornale l'insieme di questo bestiario beneaugurante. Nel quale non voglio trascurare di inserire l'ape e poterti dire così a braccia alzate verso il cielo: “che una moltitudine di api si posi sul Quotidiano per accrescerlo in verità senza censure, cosi come fecero posandosi sulle labbra di tanti uomini sinceri, chiamati eretici dal potere arrogante; per accrescerlo in verità senza timore per l'avversario, così come predissero posandosi sulla bocca di Alessandro Magno. Sono auspici, me ne rendo conto. Ma vorrei spronarti ad una certezza, Direttore...: Sturm und Drang per mantenere vivo questo cono di libertà!

giovedì 26 gennaio 2012

UNA DANZA PER LEDA


Qualcuno dice che il dolore è nei ricordi. E' un'affermazione che ancora oggi mi lascia perplesso. Certamente è vero se il ricordo riguarda fatti drammatici. E uno di questi è, lo sappiamo, la shoà. "Che cos'è?", mi ha chiesto uno studente universitario che non legge giornali, non vede telegiornali, non ama la storia e si è iscritto all' Università "per colpa" del padre. In sintesi glielo spiego citandogli anche qualche film, sperando che l'abbia visto. Quando ho finito, riferendosi ai campi di sterminio, mi fa, con aria tra il serio e il faceto: "I campi di concentramento? Una specie di isola dei famosi alla rovescia?" Mi vergogno a dirlo ma per un istante un vortice di sentimenti non pacifici voleva sconquassarmi il cervello. Interviene la sua ragazza, anch'essa a Lettere, con una battuta che nelle intenzioni voleva attutire quanto appena ascoltato: "Eh, si! Mo' per te le camere a gas erano come le stanze del grande fratello", e giù una risata. Kafka è tornato tra noi, ho pensato. Chissà se lui sarebbe impietrito a tanta incosciente e macabra assurdità. Che pure rivela una mentalità. Che pure rivela una superficialità. Che pure rivela una spudoratezza. Già, ma il pudore bisogna conoscerlo per trasgredirlo. Già, la coscienza galleggia alla superfice delle cose quando è sopita. Gia, la mentalità di molti giovani è bloccata dall'effimero.
Depongo questo calice amaro e vado con il ricordo a Nino Rota. Un ricordo doloroso, ma in una cornice diversa. Lui non era ebreo. Era timido ma se ti fissava, il suo sguardo ti arrivava fin dentro le midolla. Ci trovammo a cena in una bettola romana (ancora esistevano allora) dalle parti del Colosseo. Me lo aveva presentato Vittorio, un mio amico romano di sette generazioni e di gran cuore. Ancora più di lui era sua madre, che si trovò a passare davanti a noi, seduti al tavolino all'aperto – era d'estate -, assieme ad una donna dalla bellezza sfiorita ma dal profilo da antico cammeo eburneo. Era Leda. Notai sul suo braccio i numeri incisi. Lei mi fissò senza nascondere quel braccio alla nostra vista. Nino le sorrise. Quando seppe che lui "era quello che faceva la musica dei film", disse immediata: "A Ni', perché nun scrivi 'na bella musica per noi che semo tornati? 'Na musica allegra...Tanto de pianti n'avemo già fatto tanti!"
Lei era una delle poche persone sopravvissute alla retata romana del 16 ottobre del 1943. Allora era una ragazzina ma le SS l'avevano messa nel mucchio e caricata sul treno per l'Austria. Era bastato un solo treno merci con 1007 ebrei e 20 uomini di scorta. Lo avevano spiombato a Mauthausen. A dare quest'ordine era stato lo stesso Hitler, ("Quell'infame fijo de 'na mignotta", lo apostrafava ancora Leda). Lui non li volle mandare nei campi ai lavori forzati, come gli aveva suggerito l'ambasciatore tedesco a Roma, no, li aveva mandati direttamente nel campo perché, aveva telegrafato a Kappler, "gli ebrei italiani devono essere immediatamente e totalmente eliminati".
"Io sto' qua, ah Ni', sono viva e con dodici figli, alla faccia di quel trucido!" Nino ed io temevamo che attaccasse la geremiade delle sofferenze subite. Ma no, lei era una donna allegra. Vittorio la sollecitava per farci dire come viveva. Viveva con un po' di contrabbando di sigarette e altri traffici al limite della legalità ma, ci teneva a dirlo, "io so' 'na donna onesta", intendendo che non amava il commercio del sesso. Il discorso continuò per qualche minuto. Lì, davanti a noi, con quel numero macabro sul braccio, ci confermava di aver ricominciato a vivere nel labirinto della vita con le sue speranze, errori, dolori, sforzi, propositi e ancora nuove speranze. Ci confermava di essere ancora se stessa. Anche se il silenzio di Dio l'aveva insidiata.
Nino Rota le promise una danza. Con repentino slancio lei baciò la sua fronte facendo arrossire la sua timidezza. Arrivò la composizione: era l'omaggio ad un essere vivente che aveva varcato la soglia dell'assurdo ed era ritornata alla vita, (quel manoscritto l'ho donato al Museo della Memoria).
A quel giovane e a quelli come lui voglio ricordare: quanto è orribile l'ignoranza spalmata di miele!

venerdì 23 dicembre 2011

LETTERINA DI NATALE


Caro Gesù Bambino,
oggi tutti scrivono a Babbo Natale, ma io, antiquato, voglio scrivere a Te. Sai, guardando in alto non ho visto angeli osannare agli uomini di buona volontà. Ho visto invece il cielo che si teneva la testa fra le mani, come se avesse ingoiato delle pietre. Aveva alcune nuvole fatte di quelle pagine ora ingiallite e sfrangiate che ieri noi abbiamo toccato per il sottile piacere del tatto e letto per l’orgogliosa consapevolezza di accresce il nostro sapere.
Ricordo una di quelle pagine: “ Se padri e madri non si prostreranno nella polvere di fronte alla grandezza dei loro figli, accorgendosi che la parola ‘figlio’ è soltanto un’altra espressione del concetto di maestà, e se non capiranno che è il futuro che dorme in braccio a loro e la storia che gioca ai loro piedi, essi non comprenderanno neppure che non hanno né il potere, né il diritto di prescrivere leggi a questa nuova creatura, così come non possono imporre alle stelle il loro corso”. L’ha scritto Ellen Key, la grande femminista del Novecento. Pronosticava una deificazione del figlio che, nel frattempo, è realmente entrata a far parte dell’immagine moderna dell’infanzia. E Maria Montessori le fece eco affermando che il figlio “deve” rappresentare una sorta di Messia in grado di guidare gli uomini decaduti verso il regno dei cieli!
In questi giorni si parla “anche” di te Bambino. Perché dico “anche”? Perché credo che la memoria della tua infanzia stia diventando sempre più un ricordo arrugginito di ciò che era la bellezza di quell’età. Quella tua infanzia era simile alla nostra: piena di pianti capricciosi e di risate serene, di giorni passati nei campi ad ascoltare il rumore dell’erba o sull’erba a dare calci a palle di pezza. Le nostre madri coprivano le nostre innocenti follie e le imbastivano col filo del loro amore che esprimevano in un bacio. Noi bambini guardavamo per capire, ma l’alfabeto per dirigerci erano gli occhi di nostra madre. Si, benché tu avessi un Padre importante, anche tu, come noi, hai imparato a guardare il mondo con gli occhi di una donna, tua Madre. Perciò hai saputo perdonare la prostituta che ti lavò i piedi con le sue lacrime e hai salvato una moglie infedele facendo aprire le mani armate dei moralisti. Quegli occhi di madre ci hanno accenso nel cervello il roveto della curiosità: per capire le cose intorno a noi, per capire l’essere umano impastato di terra e di luce e per questo capace di pensieri meravigliosi e di efferatezze uniche nel creato. Noi non restavamo spaventati perché quegli occhi ci aiutavano a capire. Capire.
Non so se nel mio corpo ho più carne che spine, ma so che ciascuna di essa mi è entrata dentro ogni qualvolta ho cercato di capire una cosa nuova. In questi giorni me ne entrata una nuova, in modo soft però, che li per li mi ha creato stupefazione. Proprio così, caro Bambino, stupefazione che, come sai, è qualcosa che va oltre lo stupore! Ti racconto perché. Guardavo la pubblicità in televisione con la mia solita curiosità di notare i segni che impongono agli uomini di cambiare i loro gusti (a questo serve la pubblicità!). Ecco all’ improvviso l’immagine di un bambino sui due anni (due anni dico), bello, roseo, sorridente, trillante. Davanti a lui, in posizione di tre quarti, c’è l’ultimo modello di un sottilissimo Ipad2 in verticale. Con uno di quei movimenti maldestri, proprio di quell’età, egli tocca l’ apparecchietto e da esso parte una motivo rock e sul display appaiono a scacchiera tante immagini, porzioni di realtà virtuali. Lui si ferma a guardare e ad ascoltare e trilla ancora più gioioso. Fuori campo la voce della madre lo chiama ma lui emette un gridolino stizzito e torna a guardare e ascoltare l’apparecchietto muovendo le braccine a pala.
Dio mio! Ho impiegato qualche minuto per riprendermi. E poi, a cascata le domande: questi nuovi bambini impareranno a guardare il mondo con gli occhi del display? Cioè con gli occhi dei mercanti che vogliono gli uomini con ridotte capacità di riflessione? (già mi aveva un po’ angosciato la notizia di questi giorni proveniente da un’importante Università americana, secondo cui l’uso del telefonico riduce nell’utente la capacità di riflessione (non di pensiero) e limita la capacità di acquisire nuovi vocaboli preferendo usare sempre gli stessi. E meno parole si posseggono nel cervello e più esso diventa violento o stupido).
Mio caro Bambino, che fine hanno gli occhi della madre? E’ questo il nuovo Messia che ci guiderà verso il regno dei cieli? Con i suoi occhi fissi nel display, nuovo alfabeto per capire il mondo e commentarlo sempre con le stesse parole? E riuscirà a perdonare chi non la pensa come lui?
Forse per questo il cielo ha la testa fra le mani. Davvero Tu ed io siamo un ricordo arrugginito. Un abbraccio.

domenica 3 luglio 2011

QUEI FINTI RIBELLI


L’invenzione delle maschere , anzi, la prima maschera ad essere inventata è stata quella del demonio, che, travestitosi da serpente, persuase Eva a cogliere il frutto dall’albero proibito. Tale gesto trasgressivo provocò l’entrata della morte nel mondo. Così ci tramanda la cultura occidentale. Quanto sono più belle, più diverse, più insolite e nuove le maschere che si possono vedere oggi su face book. Per esempio, lo sapevate che in Basilicata c’è un nuovo portale aperto a tutti? E’ qui fra noi! Che bello, e si chiama basilicata,cens , dove quel ‘cens’ sta per ‘censura’.
C’è da preoccuparsi! Certo, ma ragioniamo. Esso è ufficiale? Non credo. Lo ha ispirato qualcuno del palazzo? Non ci voglio pensare neppure lontanamente (per ora). E’ ovvio che non si chiama proprio così, basilicata. cens., ma ha un altro nome che presto dirò. Quindi è un portale in maschera: si presenta con l’allettante promessa di consentirti di essere “Ribelli” sul web e cioè di poter dire democraticamente le cose che pensi. Vuoi ribellarti a Berlusconi? Bene, fallo, tanto lo fanno tutti. Vuoi ribellarti a Tremonti? Bene, fallo: le tasse non sono mai piaciute a nessuno. Vuoi ribellarti alla Lega e incitare a non acquistare prodotti e servizi padani? Va bene, anche se chi lo dice ragiona da sprovveduto non proponendo un’alternativa, a meno che non ami l’autarchia di infausta memoria! Vuoi ribellarti all’ amianto in Basilicata? E qui comincia ad andare meno bene perché non ci si ribella contro chi autorizzò a metterlo. Vuoi ribellarti ai pozzi di petrolio in regione? Ribellati pure a volontà, però contro l’ ENI predatore, l’ ENI devastatore. Ribellati contro l’ENI, la TOTAL e altre multinazionali qui operanti ma…ma non chiedere chi ha dato loro l’autorizzazione a venire ad aprire pozzi, estrarre petrolio, eccetera eccetera. Non chiedere mai quale autorità regionale da loro l’autorizzazione a fare tutto quello che qui fanno.
I 5000 iscritti al gruppo “chiacchierano” su argomenti planetari e nazionali. Defilato qualcuno accenna a qualche problema locale piangendo sull’effetto ma tacendo sempre sulla causa, cioè, per essere espliciti, sulle responsabilità politiche locali. E’ per paura? Se così fosse, è un “ribelle circoscritto”! Non ho mai letto una domanda, tipo “ma le autorizzazioni non vengono rilasciate anche dalla Regione? Ma chi le ha sottoscritte e accettate le royalties? (qualcuno ha detto che esse sono state fissate da una legge di Mussolini. Che bello fare fughe all’indietro per giustificare l’ insipiente politica locale d’oggi e continuare a votarla) .Ma come vengono spese queste micragnose royalties? No, soltanto proteste, sempre proteste e mai una sola proposta!
basilicata.cens. dichiara solennemente i suoi nobili scopi di discussione democratica . Preso nella rete, pongo da “ribelle”, una serie di domande: sulla dichiarata disponibilità del governatore ad accogliere in Basilicata la monnezza di Napoli; sull’ampliamento dell’area della Fenice nel Melfese consenziente la Regione; sui ritardi a risanare l’area del metapontino disastrato e sulle responsabilità del governatore. Pongo le tre domande in forma retorica. Dopo qualche ora la mia nota viene cancellata dal sito dei “ribelli”. Incrocio sul web il presidente-responsabile di tale sito e gli chiedo spiegazioni della censura (ore 19,30) Da avvocato mi risponde: “Adesso vedo sulla bacheca”. Risposta ricevuta alle ore 19.48: “Hai ragione, il post non l’ho trovato”. Ribatto: “Come te lo spieghi? Per me è importante saperlo perché non vorrei pensare ad una censura occulta”. Lo invito a darmi ulteriori notizie chiarificatrici il giorno dopo. Non arrivano. Nel frattempo leggo di un giovane estromesso dal gruppo dei “Ribelli” e che diceva, tra l’altro: “Mi hanno sbattuto fuori dal gruppo perché avevo chiesto l’identità di Giulia Mestra e Serena Griffi. Se denunciamo in anonimato come lo cambiamo il sistema? Prima o poi bisogna esporsi con dei fatti, come dici tu” [si riferisce alla mia nota] “Il presidente dice che tutti possono esprimere la loro opinione, falso. Io sono la prova che non è così”.
Anch’io debbo concludere allo stesso modo. Ma aggiungo pubblicamente la domanda: “Allora caro avvocato, visto che non hai risposto alla mia domanda, ti chiedo: sei tu che censuri? o c’è qualcuno che lo fa per te? o c’è qualcuno esterno al sito “Ribelli Web”, il tuo sito, che censura tutto quello che non è gradito all’attuale governo locale? Come cittadino nato in un paese la cui libertà di espressione è garantita dalla Costituzione debbo sempre, dico sempre reclamare con fermezza la mia libertà ed essere preoccupato se qualcuno tenta di imbavagliarmi. Amo la dialettica. Amo discutere. Amo litigare pure, se necessario. Ma non amo, non voglio, non permetto di essere censurato.
Le maschere io le uso soltanto a carnevale. Si è combattuto e si combatte per tenere sotto il tallone tutti i serpenti che introducono nel mondo qualsiasi forma di morte dell’anima. E la limitazione della libertà di espressione è una delle forme di essa.

domenica 26 giugno 2011

LO SPETTATORE DI GALLERIA


Il Presidente De Filippo ha inviato un messaggio ai 6500 giovani maturandi lucani. Dopo uno sciabordio di parole, conclude con una bella frase ad efetto: “Proseguite nella vostra formazione, superate tutte le prove e confrontatevi con il mondo: ma restate profondamente lucani”. Il senso della frase sta in quel “ma”. Come a voler insinuare che la formazione può deformare culturalmente. Che nello sforzo teso a superare le prove c’è il rischio di sbiadire la propria identità etnica. Che il confrontarsi col mondo voglia dire appannare la propria memoria storica. Non ho mai incontrato fuori regione un lucano che negasse l’appartenenza. Anzi, dichiarano sempre un legame profondo (me compreso che ho vissuto 38 anni fuori).
Preoccupa però che il Presidente non abbia messo un aggettivo accanto alla parola “lucano”. E infatti scaturisce spontanea la domanda: ma che tipo di lucano vuole? Lucano rassegnato? Lucano supplice? Lucano apatico? Lucano dipendente dal barone politico? Lucano silenziosamente laborioso? Che tipo di lucano vuole che siano quei 6500 giovani maturandi? I quali, maturati prima e laureati dopo, verranno sostenuti dai sussidi dei corsi di formazione. Faranno lavoro nero, se andrà bene, schifosamente sottopagato. Condivideranno la pensione dei nonni. Faranno i precari in attesa di un posto pubblico.
Si verificherà tutto il contrario di quanto afferma il messaggio che invita i giovani a mettere le loro competenze “a disposizione della loro terra”. Se tenteranno di farlo – ammesso che trovino il ‘cappello’ politico giusto - saranno schiacciati dall’ asfissiante burocrazia regionale.
Continua il messaggio: “Se proviamo a mettere a frutto le nostre capacità qui…”. Mi si perdoni: ma in quel “nostre capacità” intende quelle della classe politica lucana o soltanto quella dei giovani? O forse è soltanto una frase retorica? E poi continua: “Se facciamo sì che anche i nostri cervelli siano un fattore di competitività territoriale… la sorte di questa terra può essere diversa”. Dio mio! A metà del suo doppio mandato (si è al sesto anno del suo governo) il Presidente ci inonda ancora con i “se”? In realtà i giovani lucani si sentono chiusi a “doppia mandata” nella prigione dell’immobilismo territoriale dove ogni desiderio di competitività viene frustrato o mortificato dalla cultura della dipendenza che la classe politica locale, non soltanto di oggi, ha fatto entrare nel DNA del lucano.
E poi dice ancora: “Il ‘Sistema Basilicata’ ha il dovere di allargare i propri orizzonti”. Questa affermazione ammette che attualmente essi sono ancora “ristretti”! Ma è credibile poi l’affermazione su quello che dovrebbe fare il Sistema, quando i giovani lucani sanno di essere stati presi ferocemente in giro durante la campagna elettorale proprio sulle prospettive di “allargare” tali orizzonti in termini occupazionali in loro favore?
Non ho mai dimenticato la raccomandazione che un vecchio di Rionero faceva a me ragazzo e che io non capivo: “Figlio mio, se vuoi stare bene in Basilicata, te ne devi andare”.
Alla lettura del messaggio presidenziale una studentessa universitaria si è paragonata ad uno spettatore di galleria. Non capivo. Allora mi disse che la situazione lucana è simile a quella della ballerina del racconto ‘In galleria’ di Kafka. L’ho riletto e lo riporto per sommi capi: “Se una cavallerizza (la regione) fragile, tisica, venisse costretta dal direttore (il governatore) agitante la frusta a girare intorno alla pista su un cavallo vacillate (l’economia) davanti ad un pubblico assuefatto, per mesi e mesi ininterrottamente; se questo gioco continuasse tra il fragore incessante dell’orchestra (la burocrazia) , allora forse un giovane spettatore di galleria s’affretterebbe a scendere giù per la lunga scala attraverso tutti gli ordini di posti, si getterebbe sulla pista e griderebbe l’alt in mezzo alle fanfare dell’orchestra sempre pronte ad assecondare.
Ma poiché non è così, e una bella signora (la corruzione) rosea e bianca, entra come a volo dai tendaggi che due superbi servi in livrea scostano dinanzi a lei; e il direttore cercando pieno di devozione i suoi occhi, le va incontro in atteggiamento servile: la solleva delicatamente sul pomellato e poi agitando la frustra schioccante (le promesse) corre di fianco al cavallo con la lingua fuori, segue con lo sguardo aguzzo i salti della cavallerizza, quasi non si può concepire la sua agilità nel mantenersi in equilibrio, cerca di metterla in guardia con esclamazioni incomprensibili; la cavallerizza , sulla punta dei piedi, in un alone di polvere, alza le braccia, sembra voler dividere con tutto il circo la sua felicità (di essere sopravvissuta) per il salto mortale riuscito ancora una volta. Il giovane spettatore di galleria appoggia il viso al parapetto e, naufragando nella marcia finale come in un sogno affannoso piange senza saperlo”.
Credo che la studentessa sia dotata di spirito!

mercoledì 22 giugno 2011

SCOTELLARO - LA MEMORIA E LO SCEMPIO


LO SAPPIAMO: non si ha identità se non si ha memoria. Ciò vale sia per una comunità che per un individuo. Memoria di cosa? Delle costruzioni simboliche che una comunità è stata capace, ed è capace costantemente , di fare. Ne consegue che la memoria non ci è data “naturalmente” ma è “costruita” passo dopo passo per mezzo dei di simboli collegati tra loro e che hanno a vedere con i pensieri elaborati , le creazioni artistiche espresse, le azioni compiute proprio in funzione dell’ identità.
Fermiamoci un momento a considerare la “memoria collettiva”. Questo termine significa che in ogni comunità esiste il ricordo di un passato condiviso. Ma tale ricordo esiste soltanto se vi sono determinate condizioni. Ne cito una. La memoria collettiva esiste se la comunità elabora i suoi prodotti culturali in relazione allo spazio e al tempo. Cioè: una comunità sviluppa un “fondo di ricordi” distribuiti nel tempo e nel suo territorio e che tale fondo è condiviso da tutti. Esempio: i moti rivoluzionari del 1860 partiti da Corleto; i Sassi di Matera; il Beato Bonaventura, uomo inviato da Dio in Basilicata, ecc.. Sono tutte ”tracce di memoria” che “offrono un’immagine di permanenza e stabilità”, indipendentemente dal fatto che siano semplici “cose” della storia lucana.
Proprio Intorno a tali riferimenti spazio-temporali si rinsalda la memoria comune. Sul piano temporale, quando la memoria rievoca gli eventi, li colloca in un punto dello spazio. Sono i cosiddetti “luoghi della memoria”. Su essi la comunità proietta, e trae, la propria storia e le vicissitudini che le appartengono. I luoghi della memoria sono dunque “siti” in cui si condensano immagini di un passato carico di significati che evocano il senso di appartenenza degli individui ad un determinati gruppo. . (Esempio: un monumento in una piazza , un museo, il luogo dove è avvenuto un miracolo, ecc.). Anche specifici luoghi sacri sono è luoghi della memoria in quanto rispondono a precise aspettative dei pellegrini e, nel contempo, confermano ad essi la propria identità di appartenenza alla religione professata (Loudes per i cattolici, la Mecca per i mussulmani, ecc.).
Ho fatto questa lunga premessa perché essa si ricollega, con tutta la forza dei suoi significasti, al problema sorto intorno alla tomba di Rocco Scotellaro, sito della memoria, in questi giorni contaminata, oltraggiata a causa di una delibera della precedente giunta del Comune di Tricarico. La quale ha dato il permesso ad un privato di costruire una cappella funeraria a ridosso immediato della tomba del poeta. Il caso è stato anche segnalato al Presidente della Repubblica Napolitano con un appello firmato da molti intellettuali di varie regioni (pochissimi quelli lucani!). Non voglio scendere in polemica spicciola con “quelli-là” del Comune. Mi si lasci però ricordare loro che la memoria collettiva della comunità di Tricarico e dell’intera Basilicata non è costituita, per fortuna, dalle incompetenze o dalle loro malefatte o dalle insensibilità dei suoi amministratori ma proprio dall’opera poetica di Scotellaro. E dagli altri uomini che da quel paese hanno irradiato pensieri tesi ad un rinnovamento del mondo contadino lucano. E per questo contrastati. Ricordo in proposito Rocco Mazzarone. O a seminare semi di sapienza dottrinale per lo svecchiamento della chiesa locale. E anche per questo contrastato. Mi riferisco a don Angelo Mazzarone. Sono uomini-simbolo che hanno dato lustro a questa regione, nonostante le mille mortificanti emarginazioni date ai loro pensieri da parte di piccoli-esseri interessati alla “bottega” e tesi a stravolgere, tradire, deformare la nostra memoria collettiva.
Ma “quelli-là” sanno che Scotellaro, con le sue opere, ha rotto il silenzio omertoso sulla condizione dei contadini del sud? Sanno che egli l’ha resa pubblica indicando alla società italiana che essi esistevano nello spazio e nel tempo della Basilicata e che a questa hanno fornito simboli e comportamenti? Sanno che la cappa democristiana, per anni inespugnabile muro di sordità al mondo contadino, ha illuso tale mondo con una riforma agraria che doveva “rifondare” le rappresentazioni del mondo contadino lucano ed invece è finita in un fallimento clamoroso? Peraltro previsto e denunciato da Scotellaro.
Sanno che “questo” poeta è un simbolo importante non soltanto della cultura ma anche della società lucana? O grava ancora sulla sua memoria lo stesso ostracismo che la società perbenista, e spesso anche ignorante, diede a lui in vita perché “comunista”, e cioè diverso dal pecorume strumentale vivo ancora oggi?
Il silenzio attuale che aleggia intorno alla tomba di Scotellaro è un semplice vuoto di memoria storica, politica e amministrativa. Il nuovo Sindaco risarcisca i proprietari e consenta loro di costruire altrove la loro tomba. O forse vuole condannare un simbolo all’indifferenza e quindi al silenzio? Nessuno dimentichi che i versi di Scotellaro hanno conferito espressione ai vissuti dell’uomo lucano. Contadino e non, povero e non, ma pur sempre uomo.

domenica 12 giugno 2011

UNA SCIAGURA IDIOTA


“SEMPRE OBLIQUO lo sguardo, sempre lividi i denti per la carie, verdastro il fiele ribolle nel cuore e la lingua è soffusa di veleno. Non sa cosa sia il ridere, oltre quello che nasce dalla sventura degli altri; non gode del sonno, perché è sempre desto per assillanti crucci; vede sgraditi i successi degli altri e nel vederli si strugge; dilania e nello stesso tempo è dilaniata: questa è la sua tortura”. E questa appena citata è una delle prime strepitose descrizioni dell’invidia. E’ di Ovidio, inserita nelle sue “Metamorfosi”. E Caino non uccise forse suo fratello Abele per invidia?. Questi offriva a Dio gli agnelli mentre Caino soltanto alcuni frutti della terra. Però “Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradi Caino e la sua offerta”. E fu un omicidio!
Che dire poi delle grandiose allegorie dei sette peccati capitali predicate dai pulpiti medievali? E quelle imponenti nella pittura rinascimentale? E in letteratura? Sono tante le descrizioni! Ne scelgo una, splendida, di Edmund Spenser, presente nel suo celebre libro “La regina delle fate”: “Il Cavaliere incontra nella Casa dell’Orgoglio i Peccati capitali, capeggiati da Lucifera, la Puttana di Babilonia, ovvero l’Orgoglio stesso, in groppa al dragone apocalittico [i Cavalieri sono sempre uguali !..]. Qui l’Invidia cavalca un lupo, rosicchiando un rospo velenoso, e in segreto anche il proprio stomaco, e indossa un abito scolorito coperto di occhi, mentre una serpe odiosa le sta segretamente arrotolata in seno. Si “rode” per la felicità della sua compagnia, e odia in particolre i buoni scrittori: lancia calunnie e vomita sprezzante veleno dalla bocca leporina su chiunque scriva”. Ed è una sciagura idiota!
L’invidia dunque è uno dei sette peccati capitali, oggi quasi dimenticati. Ma averli dimenticati non significa non viverli, cioè commetterli.
Si da il caso che in questi giorni lo scrittore Giuseppe Lupo, nato ad Atella, sia entrato nella cinquina del Premio Campiello. Toccò qualche anno fa anche a Mariolina Venezia, nata a Matera. Anni ancora più indietro capitò a Raffaele Nigro, nato a Melfi. C’è stato il successo di Gaetano Cappelli, nato a Potenza. Tutti lucani, dunque, che per merito sono riusciti ad imporsi, in maggiore o minore misura, sulla scena nazionale. Ebbene: dovrebbero essere già tutti affogati nel veleno invidioso di quei molti “intellettuali” lucani che siedono nel Gran Caffè di Potenza, o che frequentano le librerie di Matera, o che vanno avanti e indietro per la piazza di questo o quel paese! Gente borghesemente rispettabile, certo. Gente che a volte scrive cose interessanti, altre volte meno. Ora scrivono sulle “storie” del proprio paese che sotto la loro penna diventano storie altamente “nobili”. Ora si soffermano con compiaciute frasi barocche a descrivere il colore dei capelli di zia Rosina, santa donna di cento anni fa! Si soffermano, pontefici, sul “come eravamo” e sono incapaci e spesso pavidi di guardare al presente. Non sanno vedere ciò che succede nell’ attualità di questo oggi sanguigno e sanguinario, compromissorio e compromettente, ricco di beni di consumo e povero di ideali, e via dicendo. No, è roba che non appartiene al loro abito scolorito coperto dei mille occhi del pettegolezzo e dell’ invidia.
Leggono poco e quelle letture hanno sempre, a sentirli, limiti di contenuti, eccetera eccetera. Parlano degli autori lucani citati? Certamente, ma sempre con obliquo sguardo, sempre lividi e verdastri per il fiele che ribolle nel cuore, e con lingua soffusa di veleno. Si inventano orripilanti compromessi fatti da questi autori lucani per raggiungere il successo. Che serpi arrotolate nel seno del perbenismo!
Però, però essi hanno la certezza di essere gli” uomini nobili” della cultura locale. Intellettuali del genere, oltre che ad essere collegati alle immagini dell’invidia sopra citate, rientrano in quella categoria chiamata da Nietzsche “uomini del ‘ressentiment’” (termine tedesco che si avvicina al nostro italiano ‘risentimento’, ma che esprime cosa ben più grave: il rancore e l’attentato morale). “L’uomo del ‘‘ressentiment’ – egli scrive – non è né retto né ingenuo, non è né onesto né leale con se stesso. La sua anima guarda di ‘traverso’: il suo spirito ama i nascondigli, i sentieri segreti e le uscite sul retro, tutto ciò che è nascosto gli pare il ‘suo’ mondo, la ‘sua’ sicurezza, il ‘suo’ ristoro, sa come non dimenticare, aspettare, farsi momentaneamente piccolo e ipocritamente umile” (in Genealogia della morale).
L’uomo del ‘ressentiment’ crea una visione contraria del ‘nemico malvagio’, cioè dell’ invidiato, fonte di offesa e di danno. Crea l’immagine dell’”uomo nobile” e se la cuce addosso. E’ certo che il suo ‘ressentiment’ è il motore principale dei suoi discorsi autoreferenziali, di provincia asfittica. Provincia che sarà finalmente ‘nobile’ soltanto quando saprà riconoscere la meritoria produzione storica, letteraria e poetica di questi gli intellettuali locali, unici veri “uomini nobili” della Basilicata. Che sciagura idiota!

domenica 5 giugno 2011

IL VINO E LA FESTA


LA FESTA DEL SANTO patrono è finita. C’è da fare una puntualizzazione su qualche piagnisteo ascoltato. Essa non tocca però soltanto la festa potentina. E’ una riflessione “di principio”. Perciò bisogna partire da una considerazione di fondo. L’impoverimento dei rituali tradizionali connessi alle feste patronali non esclude che possano essere ripristinati alcuni degli antichi, tra cui spicca quello legato al consumo in pubblico del vino. Ne è scorso in abbondanza in piazza durante la festività di san Gerardo, a Potenza.
I benpensanti, i borghesi dalla puzza sotto il naso, le vecchiette con lo sguardo ormai rivolto più di là che di qua, i moralisti per tutte le stagioni hanno gridato all’indecenza, al tradimento della tradizione e via con altre esclamazioni denigratorie! Esse appartengono a quel genere di persone che ieri e l’altro ieri e l’altro ieri ancora, fino ad arrivare al Riviello di fine Ottocento, si sono sempre lamentate di qualsiasi forma di “sfrenatezza licenziosa” compiuta dal popolo-contadino ieri piombato in città per l’evento religioso e oggi dai giovani urbanizzati. Fanno fatica a capire che l’alzata di gomito è sempre stata un modo di sentirsi partecipi della festa in un momento di unione conviviale vissuto in onore del Santo al quale in qualche modo si vuole bene. Quindi il bere è, a tutti gli effetti, una sequenza rituale fra l’atto devozionale e la Sfilata o Processione dei Turchi che dir si voglia. Si beve in onore… del Santo? Perché no, se il Santo è sentito come “persona di famiglia”. Si beve per fare onore alla festa in se? Anche. Ieri si beveva in pubblico perché era un rituale necessario a confermare l’ appartenenza alla propria comunità. Oggi si beve per lo stesso motivo o soltanto per calarsi nello spirito di” questa” festa, diversa da tutte le altre per storia e tradizione.
Quindi non è esatto sostenere che tale aspetto rientra tra quelle attività previste dagli organizzatori , “più inclini ad animare la piazza anziché la fede”. Semmai anima la prima e corrobora la seconda (anche perché il popolo non ragiona con le sottigliezze dei teologi). E’ vero invece quando si dice che “la costruzione [di una festa] si basa sulla storia locale del vissuto socio-antropologico e religioso insieme”. E il vino è stato sempre una componente importante nell’ antropologia del lucano e delle sue feste.
E’ risaputo che sono intervenute delle trasformazioni sociali che hanno profondamente segnato la campagna: trasferimenti in città per impiego nel terziario, allentamento dei legami della comunità locale. E’ poi scomparsa l’immediatezza dei rapporti col “vicinato”, il quale era davvero ‘vicino’ sia in senso spaziale che sociale. Ne è seguita la complessità della rete di relazioni sociali: oggi si è iscritti ad una associazione culturale o sportiva, ad un club, al consiglio dell’istituto scolastico, ad un sindacato. Oppure si è semplicemente giovani, magari ancora senza ne arte e ne parte ma valorizzati dal “branco”. Ebbene, allestire dei punti vendita di vino durante la festa è una sorta di invito esplicito rivolto a tutti perché tutti compiano il rituale antico. L’affluenza dei partecipanti è il segno del coinvolgimento culturale e nello stesso tempo dell’ esaltazione emotiva della festa. E’ insomma un modo per rafforzare i legami sociali.
La differenza poi che intercorre tra il bere in piazza durante una festa ed il bere altrove consiste nel fatto che in piazza non si beve per dimenticare qualcuno o qualcosa bensì per celebrare qualcuno e qualcosa. Ci saranno sempre quelli che troveranno “orribile” tutto ciò perché resistenti a capire che quel bere è anche un momento celebrativo della passata identità contadina ormai sbiadita ma pur sempre scritta nel personale albero genealogico di gran parte di noi.
Certo, oggi la “bevuta pubblica” spesso si trasforma ostentatamente in spettacolo. E’ così. Ma I tempi attuali considerano le feste soltanto in uno dei due modi seguenti: “un successo” o “un fallimento”.
Anche i ragazzi che si avvicinano alle postazioni del vino si lasciano andare, o meglio, vengono presi dall’emulazione di giovani più grandi di loro. E’ vizio? E’ permissivismo? Perché drammatizzare! Credo che la competizione del bere si svolga soprattutto sul piano sociale: è voler dare di sé un’immagine di resistenza al vino, è godere della rendita di una festa divertente, è un evento personale e comunitario da ricordare (magari anche con l’aiuto di riprese fatte col telefonino). Questa festa, per quanto la si voglia rendere spettacolare, risulterà “un successo” nella ricostruzione della sua “veridicità popolare” ANCHE se riproporrà ciò che per secoli ha rappresentato un elemento cardine del rituale: il bere in pubblico. Ciò è importante perché quei banchi di vino nel loro significato simbolico ripropongono “la” tradizione.
C’è però un elemento nuovo da tener presente. Tutto ciò che oggi va sotto il nome di “tradizione” è in gran parte ascrivibile ad una contaminazione orizzontale all’interno di una stessa fascia di età e non più ad una trasmissione verticale, da genitori a figli. Anche questo fa parte del sempre nuovo e del sempre antico di una festa.

domenica 22 maggio 2011

TRADUTTORI SIMULTANEI


La notizia è esilarante! E’ di quelle che scatenano battutine allusive, battute ironiche e battutacce. A me che piace far vedere di mangiare pane e cultura mi è venuto in mente un testo del Seicento il quale, descrivendo i vari modi in cui parlano gli italiani, dice che essi “pronunciano malissimamente molte cose”. E cita, tra l’altro: “i Romagnoli, che mai forniscono una parola per intero, avendo paura che l’ultima lettera ferisca la loro lingua. I Lombardi pare che abbiano un torso di verza in bocca quando pronunciano qualche cosa. I Piemontesi par che piangano il morto quando favellano. Quelli di Genova sono avari anche nell’usare le poche parole per comunicare. A Bologna si parla con lessico dotto ma che passa di palo in frasca con mutamenti di tono e di registro (cioè a vanvera)”. E continua con le altre regioni. Ma ignora la Basilicata. Che infame destino secolare! Suvvia, la Basilicata esisteva anche nel Seicento con i suoi dialetti complessi ed interessanti. Tant’è che perfino il famoso linguista Gerhard Rohlfs venne qui nel Novecento per studiarli. E scoprì che “le parlate di alcuni paesi lucani non presentavano tratti meridionali bensì caratteristiche prettamente settentrionali”. Ohibò, anche le nostre parlate non sono “lucane DOC”? Non lo sono. Lo conferma anche la collega Patrizia del Puente col suo pregevole Atlante Linguistico della Basilicata (ALBA). Essendo un lavoro in profondità, esso riduce una delle certezze da noi amate: la gioia di essere autoreferenziali anche sul piano linguistico! C’è da farsi prendere dalla depressione. Ma per fortuna circola la nuova notizia che poco fa definivo esilarante.
ccola …. Corre voce che nell’aula del Consiglio regionale stanno montando (o monteranno) le cabine per traduttori simultanei. I traduttori-regionali hanno imparato (o dovranno imparare) le mille regole particolari intorno alle lettere, sillabe, nomi, articoli, avverbi, congiunzioni, pronunce, ecc., dei vari dialetti lucani. Tali regole sono in rapporto alle Zone dialettali della regione. E cioè, fanno riferimento alla Zona-di-mezzo (Mittelzone), alla Zona-sud (Sudzone) e all’Avamposto (Vorposten) e servono a far capire le diverse caratteristiche fonologiche che corrono tra una Zona e l’altra. Tale suddivisione la fece nel 1939 Heinrich Lausberg, allievo di Rohlfs. Grazie ad essa, i traduttori-regionali potranno tradurre correttamente i discorsi in dialetto dei Consiglieri durante i loro interventi in aula tesi al illuminare questa o talaltra legge da votare. Tali installazioni linguistiche consentiranno dunque ai Consiglieri di essere finalmente capiti, anche quando non finiranno una parola per intero o se avranno un torso di verza in bocca o se parleranno alla bolognese (cioè a vanvera). Sicuramente non saranno mai avari di parole come i Genovesi.
I traduttori-regionali per tradurre correttamente dovranno però sapere subito da quale parte della Basilicata provengono i Consiglieri. Dalla Zona-di mezzo, e cioè da Senise, Francavilla, Neopoli, Cersosimo? Beh, sarà facile: i Consiglieri di tale Zona hanno il loro prezioso carico di forme di dialetto “arcaico”. E sono forme che spesso qualificano anche l’arcaicità delle loro proposte “innovative” in Consiglio!
E poi dovanno imparare quei dialetti della Zona-sud, che va dal sud di Cersosimo fino a Maratea, in cui esiste un vocalismo di tipo “siciliano” (minchia, che novità!). Ora sappiamo perché qualche Consigliere è colorito nel parlare! In modo elegante il traduttore-regionale ci dirà che la parlata alla siciliana di quelle parti è frutto di un contatto prolungato tra il sistema romanzo-occidentale e quello bizantino. Un nobile dialetto, dunque, che spesso però non evita a qualche consigliere oriundo di quella Zona di dire minchiate.
E’ poi confortevole sapere che esistono illustri Consiglieri dell’Avamposto. La quale comprende Castelmezzano e tutta l’area che da esso va fino all’alta valle del Basento. Sul piano linguistico presenta molti esiti cosiddetti di transizione. Di transizione? C’è da rimanere perplessi perché se la parlata ha elementi di transizione, i Consiglieri da essa provenienti hanno caratteristiche ‘di permanenza’ da una poltrona all’altra. A tale Avamposto appartiene anche Pietrapertosa e tra questo e Castelmezzano si vola alto (col Volo dell’angelo, intendo).
Quindi la bella notizia è che avremo nell’aula del Consiglio regionale le cabine per i traduttori simultanei … come nelle vecchie assemblee sovietiche dove c'erano lingue di tante terre. Oltre che per i dialetti, forse serviranno anche per tradurre dall’arabo le parole di qualche sceicco qui chiamato per farsi insegnare come spillare le royalty dai barili di petrolio…Che fosse la volta buona!
Noi cittadini potremmo avanzare una proposta: visto che dal Consiglio Regionale viene progressivamente bandita la lingua italiana, garantita dall’Accademia della Crusca, perché non adottare una nuova lingua ufficiale, magari proveniente dall’Avamposto? Potrebbe essere il pietrapertorese, garantito dall’Accademia del Folino. Si eviterebbe la spesa dei traduttori simultanei.

domenica 15 maggio 2011

IL RE NUDO


CARO Rocco, (Papaleo intendo), ma che combini! Perché non controlli la tua lingua? Hai detto su Repubblica che in Basilicata non c’è meritocrazia ma clientelismo! Non c’è una politica culturale da parte della Regione. Quanto sei blasfemo!
Se tu avessi detto che la Lucania ha il cuore segreto come una conchiglia dimenticata nel cratere di un vulcano morto e, sull’eco dei versi di Giulio Stolfi, che “è amara l’acqua dei nostri fiumi: troppe lacrime abbiamo versato”, avresti fatto contento il presidente De Filippo e la nutrita legione di quei lucani piagnoni che attendono sempre qualcosa dal Palazzo.
Invece hai rimproverato alla Regione di non avere una politica culturale. Hai sbagliato di grosso. La prima grande promozione efficientemente sviluppata da decenni da tutti i governatori, e il loro predecessore, è la “cultura della dipendenza”. Tutto in campo culturale (e fermiamoci soltanto a questo) dipende dalle concessioni della sovrana volontà (più dura della legge) della Regione.
Vuoi forse negare che essa ha elargito e continua ad elargire enormi somme per lo spettacolo culturale della Grancia, grande “eurivoro” (=mangiatore di euro)? Non sai che ha programmato il grande spettacolo dello “sbarco dei Greci” sulle rive della diga di Senise, per il piacere di De Filippo, che agisce così legittimamente nel suo bacino elettorale? E tu dici il che la Regione non fa cultura. Sei un disinformato!
E non sai neppure che De Filippo ha stanziato soldoni per incoraggiare la “creatività giovanile lucana”. Ha perfino preparato alcuni “palazzi della creatività”. Che importanza ha se tali iniziative si sono rivelate e continuano a rivelarsi dei clamorosi flop della politica culturale della Regione?
Tu che vivi a Roma non sai che qui ci sono i “grandi eventi culturali” consistenti in sfilate storiche in onore di improbabili padri nobili di questo o quel paese. Sono ripetitive e noiose? Che importa, “così vuolsi, là ove si puote”. direbbe Dante. Non sai che qui d’estate ci sono le sagre strapaesane (52 ne ho contato l’anno scorso), supportate dall’ente pubblico per rafforzare l’identità culturale del territorio agli occhi turisti, che altri non sono che gli emigranti lucani in vacanza. Perché non riconoscere i frutti della cultura della dipendenza?
E infine, debbo essere io a ricordarti che esiste una legge, la 22, per sostenere la nostra cultura? E’ obsoleta e inefficace? Che importa. Importa invece che essa abbia la sua funzione sfacciatamente clientelare. Struzzi, sono tutti struzzi coloro che ti insultano per la tua dichiarazione fatta. Essi non vogliono ammettere che l’educazione alla” cultura della dipendenza” è un’”educazione permanente”.
Ti sei permesso di dire su Repubblica che in Basilicata non c’è meritocrazia. E’ forse una novità? Già scrivevo che, durante le mie lezioni, ho sempre chiesto ai miei numerosi studenti quanti di loro, una volta laureati, non sarebbero andati a chiedere una raccomandazione. Hanno alzato la mano sempre in… pochissimi! E allora? La differenza è che gli studenti lo dicono nel chiuso di un’aula universitaria, tu invece sputtani la Regione su un giornale nazionale. Sei un malandrino! Per tale motivo qui hanno detto che ti sei mostrato altezzoso, strafottente e che, essendo un “arrivato”, guardi ormai i Lucani dall’alto in basso, ecc! Struzzi, sono tutti struzzi coloro che ti insultano per le tua dichiarazione.
Hai provato a leggere i commenti contro di te su facebook? Rivelano un radicato e diffuso abito mentale: il lucano non sopporta la critica. C’è anche chi ha scritto, pateticamente: “Non credo che dovrebbe [Papaleo] tanta riconoscenza ad un luogo che oltre ai natali, l'ha spinto a farsi le valigie e cercare di realizzare il suo sogno lontano da casa”. Ma perché, se tu fossi rimasto in Basilicata saresti diventato attore? Già, è vero: sei andato via perché ancora non c’era l’istituendo carrozzone del Basilicata Film Commission, l’Eden atteso dal plotone dei giovani filmmaker lucani usciti dai corsetti regionali.
Ma vedi, caro Rocco, tu lo sai: noi lucani siamo figli della Magna Grecia e come tali abbiamo ereditato la bella usanza di essere “puer regii”, come scriveva Tito Livio. Egli chiamava così quei giovani destinati a servire il re “che li esercitava nel lavoro da lui stabilito, nelle buone creanze di corte, negli atti servili, negli uffici pertinenti al servizio del Palazzo, nell’obbedienza senza discernimento, ed essi, una volta perfetti nell’ obbedienza, si ritenevano perfetti di vivere nella loro onorata società. Apparivano perfetti, dunque. Ma – continua Livio – quella loro civiltà veniva alterata dai cortigiani corrotti e a causa loro anche i giovani finivano col diventare, in segreto, golosi, lascivetti, superbetti, indiscreti e viziosetti da ogni parte. Eppure dichiaravano di essere liberi Il re in cuor suo sapeva tutto ciò perché così egli voleva che fosse”. (Ab urbe còndita). Non siamo forse figli della Magna Grecia?
Che ne dici di riconciliarti col re della cultura della dipendenza (rimasto in silenzio per il premio) donandogli il tuo David e consentirgli così di brandirlo trionfante? Ma se lo farai, non ti venga in mente di accompagnare la statuetta con un biglietto simile a quello che Seneca indirizzò all’ Imperatore: “Tratta cordialmente i tuoi schiavi, si addice alla tua saggezza. Sono chiavi? Si, ma anche uomini. Sono schiavi? Si, ma anche compagni della tua stessa casa. Sono schiavi? Si, ma anche umili amici. Sono schiavi? Si, ma anche compagni di schiavitù”.

domenica 24 aprile 2011

UN GUSCIO DI SOLITUDINE


Mi capita spesso che, trovandomi per strada, mi veda sorpassare dalle macchine. Poi sono io a farlo. Non so dove vanno gli altri. So dove vado io. Non ho tempo e voglia di guardare negli occhi quelli che incrocio. E, poi, a che pro farlo? Se li guardi ti ricambiano con indifferenza oppure si sottraggono girando la testa altrove. Tiro dritto. Con questa “buatt’ (scatola di latta), come la chiamava Eduardo De Filippo, tutti corriamo. Per arrivare in tempo. In tempo, dove? Abbiamo sempre una risposta giustificatoria, di solito futile.
Ricordo di alcune parole dettemi da Totò durante un’intervista che gli feci per RAI-2. Disse quasi canzonatorio: “Oggi con queste macchine sembra che tutti abbiano la miccia al sedere... Corrono! Ma dove vanno? Dove vanno? Non hanno capito che sempre là andremo tutti quanti…Tutti quanti là… e non hanno capito che là bisogna andare invece a piedi, piano piano… ” Cambiò voce, assumendo un tono profondo: “Pensi un po’ che la macchina ci ha tolto il piacere di passeggiare, che so, di incontrare un amico per strada e dargli una pacca sulle spalle… di placcare una bella donna… Trovo volgare placcarla con la macchina, è come abbordare una prostituta. E’ volgare, ma la macchina fa pure questo: insegna la volgarità“. Continuammo con altre considerazioni tra il serio e il faceto. Poi su questo punto concluse con tono che sapeva di nostalgia: “Forse un merito la macchina ce l’ha…pare che ci dica ‘non ti fermare a conoscere, né ti curare di essere conosciuto’”. Ed io: “Vuole dire che la macchina ci invita alla solitudine?” “Non ci invita, come dice lei, ce la impone!…. “ E il colloquio prese una piega di grande serietà. Io, nella mia spocchia di giovane, gli feci notare che l’etimologia della parola solitudine derivava da una radice indopeuropea che vuol dire “separazione”. E lui: “Non lo sapevo, ma veda, dicendo così lei mi da ragione: la macchina ci separa dagli altri. E non si tratta della beata solitudine cantata dai poeti in cerca chissà di quale amore. Questa è la solitudine dell’ egoismo. Lei pensi a quelli che si comprano i macchinoni , si siedono dentro e corrono soddisfatti. Sorridono così (e fece una smorfia) spudorati e aspettano che quelli che li incrociano notino quel suo macchinone. Non sanno che si sono comprati soltanto un “guscio” più grande”. Replicai: “Uomini che pensano di esibirsi in questo modo mi fanno pena ma mi fanno anche ridere”. “Per questo Quello di lassù (e col dito indicò in alto) ci ha dato il senso dell’umorismo: per perdonare i vanitosi e gli stupidi. Anche quelli che si comprano i loro “gusci” .
(Parte dell’ intervista andò in onda il 17 aprile 1967, due giorni dopo la morte del Principe De Curtis, in arte Totò. Le due bobine della lunga conversazione sono nella nastroteca RAI ).
Tornai spesso su quelle considerazioni trovando che quel tipo di solitudine cui accennava Totò, e che noi viviamo sulla nostra pelle perché tutti ormai possediamo una macchina, non è una condizione privilegiata per esplorare i nostri pensieri o, addirittura, la nostra anima. Abbiano timore di viverla, tant’è che cerchiamo di alleviarla installando in macchina la radio e il mangia DVD. E spesso facciamo sì che le note esaltino la nostra presenza nel caro guscio, ormai strumento importante del nostro apparire tra chi ci circonda, rifugio dalla nostra casa in cui parlare è difficile, alcova dei nostri amori golosi e lascivi.
Torno anche oggi, Pasqua, pensando a quel lontano Uomo crocifisso deposto nel guscio di una grotta dalla quale uscì redivivo. Si fece vedere per prima da una donna su un prato verde. Era venuto al mondo dal seno di una donna. Si ripresenta al mondo rivelandosi ad una donna . E affida a lei, non ad un uomo, la certezza della sua uscita dal guscio della morte. Sarebbe perfino banale pensare, per estensione, che a duemila anni di distanza, salvo nostra madre, siamo sempre pronti a collocare nel guscio della mercificazione estrema, commista al pregiudizio feroce, i piacenti corpi delle donna. Di sicuro il rispetto le donne se lo devono ancora difendere con caparbia tenacia e sofferenza.
Lui, il redivivo, dopo quel primo incontro femminile si presentò ai suoi dodici uomini orfani, chiusi nel guscio della loro solitudine figlia della paura, o forse chiusi nel guscio della paura che genera sempre solitudine. Lo videro evanescente e uno di loro gli toccò le piaghe per accertarsi che fosse veramente di nuovo Lui. Quel gesto è simile a quello che noi facciamo ad ogni i Palestinese: tocchiamo le sue piaghe ma continuiamo a volere che egli resti “separato” nella sua Fascia di Morte, guscio questo voluto da quegli stessi che venti secoli fa costruirono quell’altro guscio, il quale si rivelò, a loro sconfitta storica, utile soltanto per tre giorni. Fu provvisorio cioè…
Torno alle parole di Totò pensando anche ai milioni di macchine che attraversano le strade in questi giorni di festa. Quante di esse da guscio di solitudine diventeranno bare? Ce lo diranno le statistiche del giorno dopo. Eppure bisogna correre. Eppure bisogna necessariamente divertirsi. Obbligatoriamente distrarsi. Volutamente spendere per confermare l’immagine di uno status di benessere , almeno medio, spesso inconsistente. Ma solitudine vuole che…

domenica 17 aprile 2011

L'IRONIA DELLA STORIA


Si sa, la storia ha le sue contraddizioni: vuole essere seria ma ha molti lati ironici. Pensiamo, ad esempio, alla Domenica delle Palme. Pensiamola così com’è l’abbiamo letta nel Vangeli o vista nei molti film sulla Passione. Ebbene, c’è sempre Gesù a dorso di un asino, che entra in Gerusalemme accolto dalla plebe osannante che agita le palme. Lui, sorridente, benedice e i suoi Apostoli dietro sono allegri per il suo trionfo. Non si rallegrano invece quelli del potere che scorgono in tutto ciò una minaccia alla stabilità.
Poi vai avanti nella lettura dei brani evangelici, o nelle immagini del film, e vedi che quella stessa plebe è nel cortile del Pretorio a gridare - “gridare” -: “Crucifiggilo!”, e a donare – “donare” - la “Libertà!” al corrotto, ricattatore, ladro, mistificatore, che lo rendono divo, il divo Barabba.
Tra il primo e il secondo episodio c’è di mezzo Uno che è traditore e si accontenta di trenta denari – il costo medio di uno schiavo – per vendere il Maestro al nemico (eh, lui è il cassiere della compagnia, quindi conosce il tarlo che attacca i cuori). C’è poi di mezzo Uno troppo sicuro di sé ma che è il primo a mostrarsi vigliacco negando di conoscerlo. E’ poi perdonato perché sa assaporare l’amaro delle lacrime del suo pentimento. C’è poi di mezzo il più Giovane, il prediletto, chiuso nell’armatura dell’ottimismo e dell’invincibilità proprie della giovinezza, che in una muta incredulità, reclina il capo sulla spalla del Maestro. C’è il Maestro, sempre circondato dai suoi uomini di bassa estrazione sociale, quasi tutti analfabeti, ignoranti la sapienza ma sapienti della durezza della vita quotidiana. Eppure a loro ha affidato la sua Verità. Siede solitario in mezzo a quella piccola folla dei dodici.
Lui, il Maestro, ha già il cuore attossicato dalla coscienza del tradimento, dalla preveggenza della negazione, dalla certezza della solitudine in cui presto precipiterà per la fuga dei suoi dodici amati amici, spaventati dalla sua grandiosa rovina. Quella solitudine cammina con Lui nell’orto popolato di alberi carichi di frutta e di alberi di ulivo sereni nella promessa di olio santificante. Il suo cardiogramma è pessimo quella notte. Sta per sopraggiungere l’ora già saputa.
Tra il primo e il secondo episodio c’è di mezzo ancora un altro. Lo stridore delle lance si mischia coi cupi passi dei soldati venuti ad arrestarlo ululanti come bestie –“ululano” –, simili a quegli altri che ululando svuotarono le case dei ghetti d’Europa. Le due istituzioni, l’ecclesiastica e la laica, se lo palleggiano perché una vuole che sia l’altra ad eliminare questo strano Maestro troppo rigoroso coi potenti, troppo amico dei poveri, troppo…troppo in tutto e perciò troppo pericoloso. “L’eterno dialogo dello zelo e dello scetticismo, che sono complementari l’uno all’altro: “Chiunque ama la verità mi ascolti. – Che cos’è la verità?”. (Che un cuore puro aiuti a comprendere questi brani del Vangelo). C’è di mezzo un funzionario imperiale che non “capisce” i testardi Ebrei i quali arrivano perfino a minacciarlo di denunciarlo a Cesare di lesa maestà se non sbriga questa faccenda. E lui, che sa solo cose di repressione e di carriera, se ne lava le mani lasciando decidere alla plebe. Non per un senso democratico, ma per insipienza.
Lo fa sul terrazzo dominante il cortile del Pretorio, davanti a quella plebe che giorni prima ha acclamato il Maestro. E sono padri di famiglia, di vicini di casa, di complici di partire a carte, di compagni di lavoro nei campi o in bottega. Eccoli lì tutt’insieme ad acclamare: “Barabba - Barabba”, simili a quegli che oggi acclamano davanti ai tribunali in favore del loro divo.
Ed è sempre quella stessa plebe a fare da ala sulla strada da Lui già percorsa sul dorso di un asino ma ma ora a piedi nudi e a trascinare il patibolo in compagnia di altri due. Tutti e tre fanno pensare a quegli altri dei lager che, a volte, si portavano dietro la pala per scavarsi la fossa. Nessuno aveva mai agito le palme per loro.
Quella plebe staziona anche sotto la croce, curiosa di sapere come va a finire, e quando vede che le cose vanno per le lunghe se ne va indifferente. Simile a noi, indifferenti alle mille morti per droga, per incidenti stradali, per guerre. E noi, come quella plebe, non ci turbiamo mai di dare la liberta ai Barabba….
Durante l’ultimo appello di esami, uno studente-soldato, in licenza dall’Afganistan, mi ha detto: “Stiamo là per spartirci il petrolio, come i soldati romani si spartirono le vesti sotto la croce. E tutti fanno i puri”. Che cosa rispondere?
Oggi in molti si scambiano il ramoscello d’ulivo, per tradizione, per convinzione, per formalismo, per consumismo (perché anch’esso è divenuto oggetto di consumo). Forse siamo diventati come la plebe antica? O forse non siamo mai cambiati? Credo però che si possa ancora alimentare una speranza leggendo un rapporto, quasi giornalistico, che chiude il Vangelo: due uomini dal cuore semplice – “semplice” – andavano lungo una strada. A loro si unì un Terzo, simpatico. Parlarono insieme sotto il sole e poi si fermarono in una locanda e poi cominciarono a mangiare. Allo spezzare del pane, quel Terzo scomparve. Allora i due riconobbero che era Lui. E capirono che quella Presenza, sempre viva e sempre sfuggevole come nuvola dorata, era la Verità.

domenica 10 aprile 2011

I NOVELLI MORALISTI


Nell’antica Roma il capo dei Centurioni a cavallo era quello che apriva il corteo che menava i condannati a morte al luogo dell’esecuzione (c’è anche nel Vangelo quando parla di Cristo con la croce verso il Golgota). Era chiamato “exactor mortis” (esattore della morte). Questa definizione di terribile brevità la coniò Tacito, storico e senatore romano. L’’exactor’ esigeva la morte fisica. Cioè l’eliminazione totale dell’avversario. Avversario politico. Avversario religioso. Avversari di altro tipo, cioè non graditi al potere. Perché è sempre il potere ad avere bisogno di “avversari” quando vuole prevaricare.
‘Exactores mortis’ per eccellenza furono per qualche secolo quelli dell’Inquisizione: la loro missione non era solo d’insegnare le verità della fede, ma anche di difenderle contro coloro che le attaccavano. Non avevano zelo ardente soltanto contro gli eretici, ma giudicavano anche i bestemmiatori, gli scomunicati, i colpevoli di stregoneria, di divinazione, di sortilegi, di delitti contro natura, di adulterio, d’incesto, di usura, ecc. Certamente non tutte queste categorie di colpe portavano dritto il rogo. Gran parte, si. I detenuti in cella ricevano soltanto “ il pane del dolore e l’acqua della tribolazione”.
Questo accadeva prima dell’età moderna. Ricordiamo anche che il Novecento ebbe un numero ben nutrito di inquisitori-sterminatori (si pensi ai creatori dei campi di concentramento e ai gulag) Essi affermavano di essere i portatori di verità originarie sommerse, quindi nuove, e tali verità erano come perle di misura perfetta che non poteva essere deformata dall’esistenza degli Ebrei o incrostata dai dissidenti, simili a viscido materiale terroso. Dio mio! Che tragici “executores mortis’ sono stati. E quanti silenti conniventi hanno avuto!
Ora sappiamo anche che in Italia è venuto un Imbonitore di strutture “artificiali”. Un produttore di bugie che dicono altro ed oltre ciò che vorrebbero rappresentare. Un creatore di illusioni devastanti. Un miscelatore di presunte differenze. E con lui nella nostra società italiana ha preso spessore, tra le altre cose, oltre che la fatuità anche la stupidità. Magari camuffata da liberta totale di comportamento. Magari sottesa nella frammentarietà dei discorsi. Sicuramente evidente nella violenza verbale. E , cosa molto preoccupante, nell’intolleranza. Occasioni non mancano per vederne tanta in giro.
E ammettiamolo: la stupidità ha sempre determinato (spesso anche con voto popolare) la presa del potere da parte di ‘executores mortis’, ieri nei panni dell’inquisitore, poi del nazista, oggi dell’imbonitore. E quando in una società esistono tali governanti, cresce il numero degli stupidi e tra questi lievitano i neo-moralisti
Uno degli aspetti preoccupanti connessi al concetto di stupidità è infatti il moralismo. Da anni i moralisti del bar sotto casa, della TV e simili, dei giornali, dei mega parlamenti e dei piccoli consigli comunali, delle latrine pubbliche e via dicendo ci picchiano in testa, come martelli pneumatici, con i soliti temi lontani dai problemi del Paese ma vicini alla loro morbosità. E quei temi sulle loro bocche diventano megagalattici e inammissibili ma utili a nascondere la loro insipienza politica, la loro pochezza sociale, spesso la loro povertà culturale. In una parola, la loro stupidità. Il bello, per così dire, è che sono tutti moralisti “serissimi”, per nulla diversi dagli antichi inquisitori, dai moderni nazi-fascisti e come quelli, anche questi a noi vicini sentono la missione di insegnare “verità” nuove, moderne, dinamiche…. (C’è poi la verità dell’informazione, nuova fede, una e santa!). Non hanno lo zelo ardente soltanto contro l’avversario politico-ideologico ma anche contro qualsiasi comune mortale che dissente dal loro moralismo! Ovviamente questi neo-moralisti sono il brodo di cottura dell’ Imbonitore (per restare in casa nostra) il quale, con i suoi comportamenti, alimenta ad arte la stupidità sociale.
In diciassette anni di governo egli è riuscito a dissolvere le residue forme di regole di vita pubblica e privata che per tutta la seconda metà del Novecento sono state le regolatrici di condotte sociali, le coordinatrici di tempi e sviluppi. Certo, egli non è un ‘exactor mortis’ nel senso storico del termine, ma sicuramente è un esattore della morte morale di un popolo in quanto alimentatore della stupidità in una notevole parte di esso. E lo fa anche col silenzio dei preti, antichi inquisitori.
Se è bello il paradosso di Erasmo da Rotterdam, scritto nel suo delizioso ed inconsueto “Elogio della pazzia”, che senza certe stupidità l’uomo non arriverebbe neanche a nascere, è anche vero che Hegel, quando annunciò che il titolo di una sua conferenza era ‘Della stupidità” , la gente in sala scoppiò in una lunga risata. Sicuro: il filosofo non aveva pensato che con tale titolo (e relativo contenuto) sfidava una forza psicologica potente e profondamente contraddittoria presente in ogni uomo, la stupidità appunto, e che ciascun ‘executor mortis’ la ha sempre saputo alimentare e sfruttare con zelo ardente.

domenica 3 aprile 2011

IL LEGNO STORTO

Padre Giuseppe De Rosa, il grande gesuita della "Civiltà Cattolica", è morto il 23 marzo scorso, morto naturalmente per i suoi 90 anni, ed io sto sul ballatoio della prima vecchiaia. Lo conobbi che ero giovane, appena entrato nel liceo del collegio “Argento” dei gesuiti di Lecce. Non avevo voglia di andarci per i molti grilli che avevo nella testa. Mia madre, che tali grilli sapeva vedere con intuito spietato, mi impose di “andare là” per farmeli passare. Quella espressione “andare là” non nascondeva alcun intento punitivo ma suonava di grande considerazione per i gesuiti, capaci, a suo dire, di drizzare “i legni storti dell’umanità” Lei, ebrea, era rimasta favorevolmente impressionata dalla lettura degli “Esercizi spirituali” di sant’Ignazio. E a casa mi aveva spesso ripetuto, come una cantilena dal tono ironico, uno dei principi letti e che io, a sentirlo, mi irritavo. Eccolo: “eliminare dall’anima le deformità causate dal peccato”! (è la prima tappa indicata dagli Esercizi). Al che ribattevo, urtato, che senza peccati non sarei stato uomo.
Queste cose lei le disse a Padre De Rosa il giorno che mi accompagnò a Lecce. Poi mi fece allontanare per parlare da sola con Lui. Cosa si dissero non l’ho mai saputo. Sicuramente parlarono dei miei grilli, tutti pronti a saltare da un fiore all’altro della ribellione e del rifiuto di ogni convenzione.
Tento oggi di richiamare alla memoria l’impressione suscitata in me dal primo incontro con Lui. Il quale, andata via mia madre, mi guardò dritto negli occhi. Mi chiamò per nome (seppi dopo che era cosa insolita in quel liceo) e con un tono che pareva emergere come acqua da un pozzo profondo, cupa ma limpida, mi disse: “La cultura determina il nostro rapporto con la vita e i grilli possono lentamente dissiparla”.
Questa è l’unica sua frase che ho ricordato per intero in tutti i miei anni. E mi ha fatto da viatico. Ora, traendo dal mio archivio gli antichi quaderni di appunti, leggo le frasi annotate durante i suoi incontri con noi giovani. Ci diceva, in un clima di riflessione e di profondo silenzio, che ciascuno di noi è un uomo dal piccolo formato, dalla storia breve, tuttavia in tale concentrazione è possibile elevarsi alla nobiltà dello spirito, quotidianamente assediato dalla mediocrità. Ci metteva in guardia dal cedere alla presunzione e dal cadere nella noia dignitosa del perbenismo.
Ci leggeva, con ironia, e poi ce lo ricordava spesso, un brano, che non ricordo di quale autore russo fosse: “Al diavolo la filosofia dei grandi di questo mondo! Tutti i grandi sapienti sono dispotici come generali, e come generali scortesi, perché convinti della loro impunità.” Questa frase mandava in visibilio un mio compagno, che, strana contraddizione, odiava la filosofia ma amava la speculazione scientifica (poi divenne fisico della particelle). Questo compagno era lo stesso, ed era l’unico, ad avere la predisposizione compensatrice all’allegria, allo scherzo mimico, che si nutre di osservazione e riesce a trasformarla in imitazione caricaturale. Sapeva infatti rifare in modo ridicolo ma gioioso le maniere del “Padre” per eccellenza. E lui, il Padre, divertito replicava “Ma che strano, mi sono guardato tante volte allo specchio e mi sono trovato sempre comico ma non tanto come mi presenti tu. Che monello che sei e che ottuso che sono!” E noi tutti ne uscivamo disarmati.
Con tremore un giorno gli porsi dei fogli su cui avevo scritto qualcosa nata nella mia coscienza individuale, ed era un qualcosa con pretese letterarie . Era carica di ironia ma insieme ampiamente amara e triste: una dolorosa critica rivolta al mutare della società di quegli anni di boom economico. Cercai di motivare quei fogli sussurrando che la malinconia, l’insubordinazione critica erano l’ aspirazione ad una realtà migliore, ad una società umana più gradita.
Dopo qualche giorno mi ridette i fogli dicendomi con delicatezza: “Ti manca ancora un centro spirituale, un’idea generale” e mi consigliò di leggere “La sala n. 6”, una long short story di Cechov. Questi racconta di un medico di un manicomio che, nauseato della mediocrità e della normalità quotidiane, stringe amicizia con un pazzo col quale fa lunghi ragionamenti. Il mondo trova strana questa amicizia e finisce per giudicare lui, il medico, demente e per rinchiuderlo. Alla fine della lettura delle ottanta pagine rimasi a lungo turbato e pensieroso per qualche giorno. Padre De Rosa mi osservava, e basta. Successivamente lessi da qualche parte che, al termine della stessa lettura, il giovane Lenin aveva detto a sua sorella: “Quando ieri sera finii di leggere questo racconto, mi sentivo stranamente sconvolto; non potei restare nella mia stanza, mi alzai ed uscii. Mi pareva di essere me stesso rinchiuso nella ‘Sala 6’”.
Dopo anni mia madre mi riferì un piccolo frammento di quel suo discorso riservato avuto col Padre. Gli aveva detto: “Lei mi deve garantire di non costringere mio figlio a seguire le vostre funzioni religiose, a meno che non lui lo voglia”. E De Rosa mantenne la promessa.
Dal mio ballatoio confesso di essere rimasto un legno storto e di aver peccato molto. Ho voluto così, Padre. Ma non ho mai dimenticato il Suo sguardo dritto nei miei occhi!
Altro pensiero di gratitudine non saprei esprimere.

domenica 20 marzo 2011

PER I PROSSIMI 150 ANNI


Centocinquanta anni sono passati e di nuovo mi ritrovo a parlare di risorgimento. Di nuovo le mie orecchie ascoltano le stesse bugie che sentivano a scuola da bambino. Bugie che per i vincitori erano verità sacrosante, da far apprendere sui libri di storia che loro stessi avevano scritto e da far rispettare così come si rispetta il Vangelo. Verità non discutibili. Non trattabili. Certo, è anche vero che per credere in esse bisogna avere una certe dose di fede. Ed io per la storia che ha edificato l’Unità ho avito sempre una fede difettosa. Per questo sono andato a cercarmi i testi che mi raccontassero l’”eresia”, e cioè la descrizione di quei fatti poco nobili compiuti dalla borghesia locale che, pur di salvaguardare i propri interessi, vendette l’anima al diavolo, come si suol dire autoetichettandosi poi come i “costruttori dell’Unità”. Ma guardiamo avanti.
Nei 150 anni suonati, il mio sguardo torna a posarsi sulla Basilicata nella consapevolezza di vederla, oggi come ieri, ancora tra le regioni più povere d’Italia. A voler essere sarcasticamente buonisti, noi tutti dovremmo ringraziare Dio per avercela conservata nella sua dimensione di tanti fa! Ma Dio non c’entra. Essa è tale per il costante desiderio degli uomini che l’hanno governata e la governano. Se non amiamo la rassegnazione, lasciamo allora stare Dio in pace tra le sue nuvole di gloria e guardiamo criticamente i nostri governanti locali.
Siccome sono qualunquista, contemplo questa mia terra con lo sguardo sempre rivolto ad essa. Rivolto verso l’avvenire facendo mio il bel motto coniato da queste parti: “150 anni di futuro. Buona Italia a tutti”. Anche a me, dunque. E allora ‘voglio’ dimenticare tutte le migliaia di emigrati che, con la valigia di cartone, hanno lasciato la regione perché l’hanno trovata maligna. E ‘voglio’ dimenticare i duemila e passa lucani che dal Seicento in poi, armati soltanto d’ intelligenza acuta, l’hanno lasciata per diventare “famosi” altrove, dove non c’erano i padroni che li obbligassero alla mediocrità. E per i prossimi 150 anni di futuro vorrei che le migliaia di giovani che, stringendo una laurea in mano, non salutassero più questa terra per andare desolati a cercare altrove lavoro per ottocento euro al mese.
Perché questa speranza? Perché mandandoli via – li ha mandati e li manda via la solita calcolata inettitudine della classe dirigente – essi vedranno affievolire, e forse anche cancellare, la propria cultura lucana. E come antropologo io so che una cultura è una terra. E’ quel punto nel tempo e nello spazio che è il “centro” del movimento e del riposo: inizio e fine.
Per i prossimi 150 anni di futuro vorrei che cessare di stupirmi nel constatare che questa regione
non è la stessa che compare nelle immagini presentate nelle varie fiere del turismo nazionale ed internazionale. Esse promettono al potenziale turista una terra quasi simile al giardino dell’ Eden. Dimenticano di dire però che così come l’Eden non aveva un sistema viario, qui di strade interne ve ne sono, certamente, ma sono le peggiori del Sud. Pensate, c’è ancora tale situazione a 150 anni della sua annessione al giardino italico. Ma tant’è: all’Eden non servivano i viottoli ma alla Basilicata le strade servono per essere percorribile e quindi conosciuta. Anche dai suoi stessi abitanti. Dei quali, quelli che si dedicano al turismo, ancora difettano della cultura dell’accoglienza! Sarebbe bello da oggi in poi vederli sorridenti e gentili nell’accogliere gli avventori, locali e esterni.
Per i prossimi 150 anni di futuro vorrei che il governo regionale non desse più concessioni per l’ estrazione del petrolio. Che costringesse le compagnie petrolifere qui operanti ad utilizzare la tecnologia più moderna esistente per limitare al massimo i danni oggi arrecati alla natura ma soprattutto agli uomini che abitano le zone estrattive. Che non desse più permessi, anche a costo di rinunciare agli abituali e disonorevoli baratti, per aprire nuove discariche.
Per i prossimi 150 anni di futuro vorrei che nelle case dei lucani non sopravvivesse più quell’ oggetto tremendo, disonorevole, umiliante, tirato fuori ogni qualvolta che si va a chiedere un beneficio a qualche potente: la coppola. La coppola in mano! Per domandare qualcosa che serva a soddisfare un bisogno o, molto più spesso, un diritto personale o della famiglia. Il che significherebbe una nuova mentalità lontana dalla logica dell’attuale familismo amorale. Ma, è ovvio, affinché questo avvenga in futuro, la classe dirigente dovrebbe… dovrebbe rinunciare alla pratica cancerogena del clientelismo. Pratica che (mi si passi l’ironia) ancora oggi, come ieri, eleva lo spirito lucano alla contemplazione delle cose sperate, ha consolato e consola la sua anima le cose non avute.
Per i prossimi 150 anni di futuro vorrei che la Basilicata non fosse come oggi in tante cose che per spazio non posso elencare ma che tutti conoscono a memoria. Vorrei che avesse una storia diversa. Lo so, “la storia è quello che facciamo e quel che ci distrugge, ma è anche il momento della comprensione”, ha bisogno di uomini che vedano e che dicano: la storia la costruisco io.

domenica 13 marzo 2011

I MULINI DI DON CHISCIOTTE


Fu nell’ultimo incontro con Bubbico, governatore uscente, e De Filippo, entrante, durante una specie di convegno a Policoro, che feci presente con forza quanto l’azione del tempo avesse corroso la L.R.22/88 rendendola inadatta alle nuove esigenze. L’ uscente mi apostrofò irritato. Perché mai? Avevo avuto l’ardire di rimproverarlo di quanto fosse stata modesta la spesa per la cultura stanziata durante il suo quinquennio di governo e quanto fosse necessario introdurre nuove norme per disciplinare e qualificare la politica culturale in Basilicata.
Con piacere ora vedo che il PD ha promosso nei giorni scorsi un forum sul problema e con altrettanto piacere vedo che buona parte dei miei suggerimenti di allora sono presenti nella proposta di rinnovamento di tale politica. Proposta che non ho elaborato io, preciso. L’iniziativa potrebbe significare che alcuni esponenti di tale partito, quelli che contano intendo e presenti alla riunione, hanno preso coscienza di voler “rinnovare” finalmente il settore. Già, questo è il fulcro del problema: rinnovare. Rinnovare la vecchia legge regionale 22? E’ possibile. Rinnovare la mentalità di coloro che ne beneficiano? Qui che casca l’asino. E cioè ogni proposta, anche ottima, deve fare i conti con la mentalità degli amministratori, prima, e degli operatori culturali, poi.
Cominciamo dai primi. Recita la proposta n. 1: “Sottolineare la priorità dell’interesse generale rispetto ai tanti e troppo particolarismi e frammentazioni esistenti”. Nobile principio ispiratore! Ma contiamo: abbiamo la Regione, la Provincia, il Comune, il Gal, la Comunità Montana, l’A.P.T. – soltanto per dirne alcuni – tutti “enti particolari” che hanno fondi, fondini e fondicchi per alimentare, promuovere, limitare le attività culturali. E lo fanno, non però nell’ottica competitiva (questa è una parolaccia, per alcuni), ma in quella ‘distributiva’ delle risorse a fini d’immagine o addirittura di clientela. Più la seconda che la prima. Allora pongo la domanda: c’è uno degli enti citati, ed anche altri non citati, disposto a rinunciare a fare il suo “particolarismo” festaiolo in nome della “promozione turistica del territorio”, motivazione passe-partout che tutti assolve? Rinunciare cioè alla sua bella festa patronale in nome della tradizione? alla sagra paesana solitamente capace di richiamare ”almeno” quelli dei paesi vicini? alla sfilata medievale creata per la spasmodica ricerca di un padre nobile fondatore del paese? a “riscoprire” itinerari di cavalieri di vario blasone blasonati mai passati da queste parti? a fare costose postazioni virtuali proponenti personaggi illustri del passato dimenticati perfino dalla pro loco? a promuovere serate per osannare i creativi delle band lucane emergenti? a portare gente di cantina in cantina cantando? a far restare in città chi in città già rimane per mancanza di soldi? a inventare carnevali in questa terra atavicamente piagnona?
Questi enti davvero dovrebbero rinunciare al loro “protagonismo unico e assoluto”, come recita il punto 6? Don Chisciotte voleva abolire le pale del mulino a vento pretendendo il suo funzionamento anche senza di esse. Ne uscì malconcio.
Il punto 4 chiede di garantire il “Sostegno alla creatività e alle sperimentazioni”. Esso rinvia allo stesso articolo demagogico della legge nazionale del cinema, voluta dall’allora ministro socialista Achille Corona. L’intento era nobile ma per anni l’applicazione della norma è stata fatta secondo la logica della spartizione percentuale dei partiti e non secondo la qualità della proposta artistica da sperimentare. Preciso: questo è un punto molto insidioso e delicato perché pone la domanda, cruda: chi è in grado di valutare “preventivamente” la qualità e il risultato sperimentale di una proposta artistica? Allora il punto proposto va riformulato in modo diverso, se non si vuol cadere nella “logica Corona”.
Una parola sugli operatori culturali. Provate a dire di coordinarsi tra loro. Di far capo ad una gabina di regia regionale. Di rispettare delle regole per il buon funzionamento del tutto. Di ricevere i contributi in base ad un “processo meritocratico di valutazione”, come recita il punto 3 della proposta. Immaginatevi la risposta! Quando su questo argomento suggerii la stessa procedura durante l’elaborazione della Legge 22, l’allora assessore Pittella rispose: “No, non si può chiedere una cosa del genere, non è politico”. Ora cosa dirà chi dovrà decidere su un punto tanto controverso?
E quelle poche associazioni che, nel ricevere lauti contributi, hanno una corsia preferenziale, nel senso che godono di una interlocuzione diretta col Governatore, o con l’Assessore tale o talaltrro, o col presidente del GAL di turno, sarebbero disposte a rinunciare a tale privilegio e sottoporsi anch’esse alla legge?
Sacrosanta la richiesta contenuta nel punto 5: istituire un “Fondo Unico Regionale della Cultura”. Essa contiene però una nota di involontaria comicità quando conclude: “Il tutto anche nella logica del superamento di clientele e usi ad personam delle risorse pubbliche”.
Tutto ciò dovrebbe macinare in modo autonomo dall’altro mulino a vento di prossima costruzione, la Basilicata Film Commission.

domenica 6 marzo 2011

GENITORI E FIGLIO L'UTOPIA



Qualche giorno fa stavo in un bar del centro di Potenza. Erano le 13,15. Cioè a pochi minuti dall’ora di pranzo. Entra una madre con due bambini: uno sui cinque-sei anni, l’altra sui dieci. Entrambi le chiedono una pizzetta. E lei, da mamma premurosa, ne compra subito due. Il piccolo da un morso poi gliela
porge con un fare capriccioso, e lei , serena, la butta nel cestino. Consumata una metà, la bambina restituisce l’altra metà della pizzetta, che finisce anch’essa nel cestino. Mi viene spontaneo di esclamare a mezza voce: “Che insulto alla miseria!”. La madre premurosa mi apostrofa irritata: “Si faccia i fatti suoi”. E’ la stessa esclamazione ripetuta dalla sorella di un mio collaboratore universitario ogni qualvolta questi le fa notare l’eccessivo permissivismo con cui educa i suoi tre cucciolotti.
Attraverso una strada del centro, a ridosso di una chiesa, di venerdì e sabato sera, e la vedo invasa da bottiglie vuote di birra e da ragazzi gettati negli angoli a bere e fumare come turchi. E penso poi anche a quel 3500 per cento di aumento del consumo della droga degli ultimi cinque anni a Potenza (dato della Questura).
Involontariamente penso a un manifesto visto affisso sui muri di Huston, nel Texas, nel lontano 1986. Lo trovai dir poco singolare per la nostra mentalità. Lo aveva fatto mettere in tutta la città la polizia con un intento nobile ma anche con polemico. Aveva lo scopo di arginare un fenomeno da poco iniziato ma già preoccupante: il formarsi dei “branchi” giovanili che commettevano violenze contro le loro compagne di classe e i coetanei di colore. Non era rivolto ai giovani, ma ai genitori.Risultava immediato fin dal titolo: “I sette comandamenti per consegnarci vostro figlio”. Ed enumerava così:
1) Fin dai primi anni, date ai vostri figli tutto quello che vuole. In questo modo egli crescerà convinto che tutto il mondo deve essere ai suoi piedi.
2) Se dice parolacce, ridete. Così egli si crederà molto spiritoso.
3) Non preoccupatevi di dargli una formazione spirituale, tanto, quando sarà grande, sceglierà da se la religione che gli pare.
4) Provvedete voi a riordinare tutto ciò che butta all’aria, crescerà co l’impressione che sono sempre gli altri i responsabili.
5) Non sgridatelo mai, non avvertitelo nai ‘questo è manle’, altrimenti potrebbe sorgere in lui un complesso di colpa. Da grande, quando per qualche grossa marachella incapperà nel Codice Penale, sarà convinto di essere una vittima della società.
6) Lasciategli leggere tutto ciò che vuole: si convincerà che solo il corpo ha bisogno di pulizia, mentre lo spirito può rigirarsi nella pattumiera.
7) Preparatevi ad una vita di lacrime, l’avrete senz’altro .
Domando, forse retoricamente: Ma questi attuali genitori insegnano ai loro figli a mettere in gioco se stessi per affermarsi nella propria vita? Perché inventano tante premure per coprirli da ogni rischio?
A scusante di se stessi dicono, con aria rassegnata, che essi, i genitori, sono soltanto il prodotto dell’epoca del ‘confort’ e del consumismo. E che, di conseguenza, “debbono” adeguarsi ai tempi. Pensano in tal modo di trovare una giustificazione al loro educare i figli all’egoismo e alla costante ricerca di comodità. Al non educarli alla serietà degli studi o dei mestieri in cui si deve impegnare la responsabilità personale.
Ho un sogno, forse utopia: sapere di un genitore dire a se stesso: “vorrei avere un figlio che fosse abbastanza forte da accorgersi quanto è debole, tanto coraggioso da affrontare se stesso quando ha paura. Un figlio che fosse orgoglioso in una onorevole sconfitta, umile e generoso nella vittoria.
Vorrei un figlio che non sostituisse mai i desideri ai fatti. Un figlio che sapesse che conoscere se stesso è il primo fondamento di ogni conoscenza. Vorrei un figlio che avesse il cuore limpido e capace di porre in alto i suoi ideali. Un figlio che imparasse a dominare se stesso prima di voler dominare gli altri; un figlio che avanzasse verso il futuro, senza dimenticare il passato.
E quando tutte queste cose diventassero sue, vorrei che egli fosse fornito del senso dell’humor, in modo da poter essere sempre serio, ma che non prendesse mai se stesso troppo sul serio. Vorrei che avesse l’umiltà, la semplicità della vera grandezza, la larghezza d’idee della vera saggezza, la mitezza della vera forza. Allora io genitore, potrei mormorare: “Non ho vissuto invano”.
Ho citato a braccio una mia lettura giovanile di cui ho dimenticato l’autore. Ricordo, invece, un altro autore, Nazim Hikmet, che così scrisse la sua ultima lettera a suo figlio prima di morire: “Non vivere su questa terra come un estraneo o come un turista nella natura. Vivi in questo mondo come nella casa di tuo padre: credi al grano, alla terra, al mare, ma prima di tutto credi all’uomo.
Ama le nuvole, le macchine, i libri ma prima di tutto ama l’uomo.
Senti la tristezza del ramo che secca, dell’astro che si spegne, dell’animale ferito che rantola, ma prima di tutto senti la tristezza e il dolore dell’uomo.
Ti diano gioia tutti i beni della terra: l’ombra e la luce ti diano gioia, le quattro stagioni ti diano gioia, ma soprattutto, a piene mani ti dia gioia l’uomo”.
Educare i figli non significa dare loro sempre le pizzette che vogliono

domenica 27 febbraio 2011

VARIAZIONI SUL TEMA


Potrei cominciare così: c’era una volta in Italia un diffuso senso di antirazzismo. Non era abituale incontrare un italiano che avesse parole contro un uomo dalla pelle nera o marocchino o rumeno (zingari a parte, verso i quali non si sono mai avute parole tenere) . Se qualcuno di colore capitava in uno dei nostri paesi non era raro che venisse invitato a un tavolo del bar per bere un bicchiere di vino e chiacchierare sul perché era venuto dalle nostre parti. Oggi è diverso. Diverso dico, e anche in modo sorprendente.
Simile constatazione mi induce a parlare di un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti e che oggi, forse, quasi tutti valutano negativamente: la presenza degli stranieri fra noi. Sul piano teorico questa tema lo trattai venti anni fa e per due annualità consecutive nelle mie lezioni all’Università. Distribuii anche agli studenti un questionario al quale rispondere in forma anonima per consentire di esprimere liberamente il proprio parere o per evitare eventuali risposte ipocrite. Per incoraggiarli avevo ricordato loro più volte un’asserzione di George Owell (l’autore del celebre “1984”): “Per vedere quello che abbiamo davanti al naso serve uno sforzo costante”. Invitai i miei studenti dunque a sforzarsi di essere obiettivi nelle risposte. Intanto un aspetto interessante emergeva anche durante gli esami. Chiedevo infatti a varie studentesse se loro avessero accettato di sposare un uomo di colore. Le risposte furono quasi sempre decise: “Perché no? Se ci amiamo”. Altre variegate risposte ebbero per comune denominatore l’amore. Ulteriore mia domanda: “E come la metterebbe con i suoi genitori, i parenti, gli amici?” Risposta: ”Farei del tutto per farlo accettare. In fondo si tratta della mia vita non della loro”.
Non dissimile era quanto dicevano gli studenti. Essi però vedevano la soluzione del problema in termini meno problematici rispetto alle ragazze e spesso anche con un po’ di ironia piena di “se” e di “ma”: “Se è bona, perché no?”, - “Se non mi fa storie a dire sempre la sua” - “Se è sottomessa” - “Se ha un poco d’istruzione”. Nelle loro risposte i denominatori comuni erano però diventati due: l’amore e la… pulizia.
A distanza di venti anni sono ritornato sull’argomento coi miei studenti. Ora c’è una consapevolezza nuova: tutti siamo coscienti che molte cose sono cambiate nel nostro modo di vivere. Gli studenti lo sanno facendo una comparazione con la vita dei propri genitori. Sanno anche, come tutti noi, che, assieme a molte cose, è cambiato soprattutto il nostro modo di pensare. Ed è sorprendente (qualcuno forse farà finta di scandalizzarsi) la sintonia che si registra su un punto che potremmo considerare ormai cruciale: sia i giovani che noi delle passate generazioni ammettiamo senza tanti complimenti che abbiamo trasformato in virtù il perseguimento dell’interesse materiale. E basta. Addirittura, e credo di non esagerare, questo è l’unico scopo collettivo che ancora ci è rimasto. Credo anche che oggi sembriamo ormai tutti incapaci di concepire delle alternative.
Mi fa osservare una studentessa: “Tutto ciò sarà anche sbagliato nel nostro modo di vivere, ma che dobbiamo fare?”. E un altro accusa: “Voi adulti avete ucciso il marxismo, che affascinava i giovani. Avete ucciso il conservatorismo dove si rifugiavano quelli che avevano paura di cambiare la società e adesso che volete da noi? Lo stesse cose le dico a mio padre comunista da una vita, lui bestemmia e mi guarda. Per questo lo chiamo “il fantasma”. Lo so che non dovrei farlo ma…, posso dirlo prof.? Lui almeno è un fantasma”.
Personalmente sono toccato dall’amarezza di queste conclusioni . Una studentessa, sempre vivace, esclama perentoria: “Ora ci dovete prendere come ci avete creati”. La discussione continua facendo emergere sempre più un allarmante inventario di angosce perché nella scena della discussione entrano l’economia, la politica e la consapevolezza che entrambe stanno generando sempre più insicurezza. La quale a sua volta genera la paura. Paura del cambiamento. Paura del declino Paura della precarietà del lavoro. Paura della incombente povertà. Paura degli stranieri. E con la paura si è generato un diffuso sentimento di frustrazione. Paura e frustrazione stanno corrodendo sempre più la fiducia e la dipendenza reciproca su cui si fondano le società civili.
In questo quadro come non aver paura degli immigrati, oggi 2011? Proprio su questo si sono aperti nuovi scenari nelle considerazioni dei miei studenti. Scenari emersi durante gli esami di qualche giorni fa.
Come venti anni fa chiedo: “Lo sposerebbe un uomo di colore?”. Le risposte non sono più e stesse.Sono perentorie: “Mai”. Ribatto “Neppure se nascesse l’amore tra voi?” Risposta, che trovo cinica: “Basta non frequentare nessuno per non far nascere nulla”. Domanda aggiuntiva posta ai giovani: “Neppure se è una bella figliola?” Ricevo risposte variegate. Perentorio: “No”. Diffidente e allusivo: ““Non voglio correre rischi: se mi capita una p….. che mi sposa soltanto perché vuole diventare italiana o altro… ” Godereccio: ““La terrei soltanto per un breve periodo….” . Elegante: “Non potrei mai amare una persona di cultura diversa dalla mia”.